Per Freud e per la psicanalisi in generale, l’origine del malessere individuale sta in una questione psichica che, siccome difficile da accettare ed elaborare, è stata rimossa dalla coscienza e resa, dunque, inconscia.

Il sintomo manifesto, che fa soffrire consciamente il paziente e che lo porta a chiedere aiuto, sarebbe quindi solo il riflesso di qualcosa di ancora più profondo a cui non vogliamo o non possiamo dare ascolto.

Per spiegare questo concetto Freud usa la seguente metafora.

Immaginiamo se ad un convegno uno spettatore si alzasse e iniziasse a disturbare violentemente. Gli uomini della sicurezza lo farebbero accomodare fuori, in modo da ristabilire l’ordine in aula. Lo spettatore sarebbe, quindi, “rimosso”. Ma questa strategia in difesa del convegno non è destinata a funzionare. L’uomo, infatti, prevedibilmente si agiterà ancora di più, urlerà, batterà i pugni sulla porta pur di rientrare. Il convegno non potrà andare avanti, sebbene lo spettatore sia relegato altrove. Così, dice Freud, quale può essere il modo migliore per risolvere questo disturbo se non far rientrare l’uomo in aula, farlo salire sul palco e addirittura dargli parola?
Una volta lasciatolo libero di sfogarsi, chiarirsi e confrontarsi certamente si placherà.

Questo è lo scopo dell’analisi. Dare parola a quella parte scomoda di noi che, seppur rimossa e inconscia, si agita nella nostra mente dando origine al sintomo.