Una dipendenza ancora più ingestibile: quella relazionale

Freda (2001), ritiene che il fenomeno della tossicodipendenza sia una soluzione ad un disagio che i pazienti non riescono a risolvere in altro modo. In particolare, per l’autore, la tossicodipendenza sarebbe una risposta ai problemi che il godimento trova nei suoi rapporti con l’Altro: la droga, permettendo di escludere l’Altro come partner, ed istituendosi essa stessa come compagna sicura e controllabile, sarebbe in grado non solo di dare piacere – seppur solitario –, ma anche di sollevare dai rischi naturalmente insiti nei rapporti umani. La dipendenza dalle sostanze, dunque, escludendo l’alterità, protegge da una dipendenza ancora più ingestibile: quella relazionale.

Un’illusoria indipendenza dall’Altro

Anche Freud (1912) sostiene che la tossicomania abbia a che fare con l’evitamento delle frustrazioni che provengono dall’incontro con altri soggetti. Addirittura descrive l’immagine del matrimonio felice tra l’alcolista ed il suo vino, paragonando questo tipo di rapporto alla soddisfazione erotica in cui l’oggetto è sempre presente e non dice né sì né no. La meta del tossicodipendente apparirebbe, quindi, quella di assicurarsi un’omeostasi narcisistica, ossia uno stato di controllo totale di cui egli si fantastica padrone in un’illusoria indipendenza dall’Altro.

Consolarsi attraverso il consumo dell’Oggetto

Rosenfeld (1965), riferendosi al ciclo maniaco-depressivo, sostiene che il tossicomane ricorrerebbe alla droga per difendersi, tramite una reazione maniacale, da una sofferenza di tipo depressivo. Egli sottolinea come la droga permetta al soggetto fantasie di gratificazione per difendersi dall’angoscia, così come il bambino che fantastica, succhiando le proprie dita, la gratificazione desiderata dalla madre assente. In buona sostanza, il soggetto tossicodipendente, non potendo sopportare la depressione che deriva da una precoce ferita di stampo relazionale, preferirebbe consolarsi attraverso il consumo dell’oggetto.

Riempire il vuoto del mondo interno

Secondo McDougall (1993), alla base della tossicodipendenza ci sarebbe la mancata internalizzazione di una funzione genitoriale rassicurante. In questo senso, le dipendenze sarebbero dei tentativi magici di riempire il vuoto del mondo interno.

Il paradosso dell’oggetto di dipendenza è dato dal fatto che, nonostante il suo potenziale talora letale, esso sia sempre inteso come un buon oggetto: esso deve confortare poiché il soggetto non può appellarsi a nient’altro per essere rassicurato. In qualunque forma si presenti, quest’oggetto ha sempre l’effetto di rendere la vittima della dipendenza capace di risolvere rapidamente, anche se per un breve periodo, il dolore psichico. Dolore che principalmente deriva dalla difficoltà nella gestione emotiva delle relazioni, nello specifico del rifiuto, dell’abbandono, del conflitto, dell’amore non corrisposto, della vergogna oppure, del senso di inadeguatezza.

Senso diffuso di abbandono

Bergeret (1983) sostiene che la maggior parte di questi soggetti non abbiano compiuto con successo le trasformazioni adolescenziali e presentino problematiche inerenti le aree del narcisismo e delle relazioni d’oggetto. Egli li chiama di tipo “depressivo” perché soffrirebbero di una profonda ferita derivante dal fatto di aver avuto relazioni primarie inadeguate, caratterizzate da un senso diffuso di abbandono. Secondo Bergeret, la personalità del tossicodipendente sarebbe connotata da una gestione immatura degli degli impulsi e degli affetti, poiché è come se fosse dipendente dal soddisfacimento immediato delle pulsioni. Il tossicomane, come un bambino affamato, esige tutto ed immediatamente, e non gli importa come. Quest’assoggettamento incondizionato alle sole esigenze del principio del piacere, senza avere un sano e protettivo limite, farebbe da base all’aggressività che il tossicomane rivolge contro se stesso.