Vorrei ricondividere, a distanza di un anno esatto, un piccolo testo che scrissi il 31 marzo 2020 in pieno lockdown. Era già passato più di un mese dall’inizio del diffondersi del virus in Italia e da qualche settimana in Lombardia eravamo chiusi in casa, in quarantena. Era un periodo di grande incertezza, di cui faticavo a pensare ad una fine possibile. Chiaramente, sapevo che la quarantena sarebbe terminata ma molte domande mi ronzavano sommessamente in testa. Facile intuire quali, penso che sia stata un’esperienza comune. Dico “sommessamente” perché cercavo di non farci tanto caso, come quando si ha quel riflesso automatico della mano che scaccia via la mosca dal piatto. Centrali in queste righe sono il mio desiderio e la mia speranza di dare un senso a quel “tempo sospeso” usandolo in modo creativo e generativo. Ero alla ricerca di una specie di balsamo o, meglio, di un olio che potesse lubrificare gli ingranaggi di una nuova quotidianità tutta da ripensare, ricominciata faticosamente dopo aver subìto duri colpi.

La figlia del contadino

Sospesi nello spazio e nel tempo

Il coronavirus ha cambiato le nostre vite. A seguito della sua tragica diffusione ci siamo dovuti frettolosamente separare dalle nostre abitudini, dalle nostre relazioni e dal nostro lavoro per riorganizzarci in una dimensione domestica. In questa situazione inconsueta, il tempo e lo spazio sembrano aver subìto una sorta di rivoluzione. Il tempo è un “tempo sospeso” in cui le ore si fondono, il conto delle settimane passate si perde e il futuro si opacizza sempre più ad ogni decreto. Anche lo spazio, o meglio dire gli spazi, perdono i loro confini. Ciò che è privato fatica a mantenere i propri connotati e spesso viene invaso dalla sfera pubblica e lavorativa – “Lavoro anche di domenica, tanto è un giorno come un altro”. Accade anche il contrario. Succede, per esempio, che la nostra immagine sociale sia più o meno volontariamente arricchita da intimi dettagli – questo accade nelle videochiamate, in cui lo sguardo del datore di lavoro o del collega fa capolino nelle nostre case, nelle nostre stanze e ne coglie i colori, l’arredamento, un oggetto o un libro particolare.

Tutto ciò ha imposto a ciascuno di noi, in maniera più o meno stringente, una riorganizzazione spazio-temporale.

Esteriorità ed interiorità

La necessità di mettere ordine riguarda anche aspetti relativi alla sfera dell’esteriorità e dell’interiorità. Cercare il modo più adatto per lavorare, magari giovandosi di quell’angolo di luce che filtra dalla finestra sul cortile, imporsi qualche esercizio fisico per non intorpidire il corpo costretto in pochi metri quadrati, scegliere l’abito più opportuno da indossare, sono solo alcuni tra gli aspetti logistici esteriori da tenere a mente per coordinare al meglio la vita domestica. Interiormente, d’altro canto, la quarantena ci costringe a fronteggiare con pochissimo margine di fuga sentimenti come tristezza, rabbia, senso di impotenza, frustrazione, solitudine, insonnia, angoscia e noia, ma anche, inaspettato benessere e momenti di placida calma. È facile perdersi tra le pieghe del nostro mondo psichico, scovare parti seppellite da tempo, aprire botole nascoste da tappeti, meravigliarsi di risorse impensate.

“La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”

Caratterizzata dal riordino quotidiano dello spazio e del tempo, dell’esteriorità e dell’interiorità, si può dire che questa quarantena sia l’attualizzazione più estrema delle cosiddette “pulizie di primavera”. Faticosa. Lunga. Odiosa. Ma ricca, io penso, di rivelazioni. L’incertezza da domare e la confusione da plasmare sono, infatti, il terreno più fertile in cui far germogliare la creatività e la scoperta (o riscoperta) di se stessi e di quel che ci circonda. Per questo spero che a prescindere dalla situazione specifica in cui vi trovate – assediati da una famiglia numerosa, soli nel vostro monolocale, disoccupati oppure più impegnati di prima – la vostra quarantena sia condotta all’insegna della serendipità, ossia la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, di trovare qualcosa di imprevisto mentre si stava cercando qualcos’altro. La serendipità non è amica di chi si limita ad aspettare o di chi è costretto ad una routine sempre uguale a se stessa. La creatività e la ricerca, il continuo riadattamento a cui questo periodo ci espone ne sono invece gli alleati chiave, perché ci permettono di massimizzare le nostre probabilità di imbatterci nell’inaspettato. Diceva Julius Comroe Jr: “La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”.

Io vi auguro questo. Che durante la vostra quarantena, mentre sarete intenti a barcamenarvi per riorganizzare l’esplosione del vostro pagliaio, inquietati dalla perdita del vostro ago, possiate meravigliosamente imbattervi nella figlia del contadino.

Riflessioni attuali: tocca a voi!

La pandemia ha cambiato la società, il nostro modo di stare insieme ma anche la nostra individualità. A distanza di un anno dal primo lockdown quali considerazioni possiamo fare? Qual è l’eredità emotiva, relazionale, lavorativa che ci ha lasciato la primavera del 2020?

Sarebbe interessante instaurare un dialogo con voi utenti del sito e ricevere i vostri commenti. Scriveteli pure nella casella della sezione contatti del sito, noi di Spazio clinico Frua19 risponderemo quanto prima con qualche nostra riflessione.